
2026 Tecnica mista su tela – 50 x 70 cm.
Al centro della tela brucia il rosso. È il grembo materno, caldo, viscerale, la prima casa di ogni vita. Lì galleggia un feto di 8 mesi. Ma non è l’immagine che ci aspettiamo. Ha una maschera antigas sul viso, con occhiali tondi che guardano un mondo già avvelenato. È nato nel nostro tempo: il suo primo respiro è già un atto di difesa.
Eppure l’opera non si chiude nella denuncia. Dal suo corpo parte il cordone ombelicale. Non è solo nutrimento, è ponte, è connessione. Il feto lo tira verso l’esterno, con forza. E all’estremità il cordone si apre, esplode, e nasce un’altra vita: il nostro pianeta.
Vediamo l’emisfero globale, sospeso su un oceano blu e verde smeraldo bellissimo. Potrebbe essere speranza. Ma i continenti raccontano un’altra verità: sono terre sempre più desertiche, ocra e aride, che avanzano. L’oceano è vita, la terra è sete. Il messaggio è brutale e limpido: _non ci sono nascite sane su un pianeta malato_.
Sul lato destro si intravede lei, la madre. Solo una mano appoggiata al grembo rosso, gesto istintivo di protezione e di impotenza. Sul petto porta un corsetto giallo intenso. È l’allarme che suona, è il sole che brucia troppo forte, è l’ultima scintilla di speranza che non si spegne.
La pittura è veloce, graffiata, quasi rabbiosa. Non ci sono dettagli inutili perché non c’è tempo. Ogni pennellata è un respiro affannato, come quello del feto sotto la maschera.
“Primo respiro, ultima chance” non è solo un quadro sul clima. È un atto d’accusa e un atto d’amore. Collega il grembo più intimo al grembo più grande che condividiamo tutti. Ci mette davanti alla responsabilità: stiamo preparando l’aria per chi sta per arrivare, o gli stiamo lasciando solo una maschera?
